Cos’abbiamo imparato da Snowden & co. (per la cronaca: non c’erano reati)
Lo scandalo della Nsa è una bolla che si è alimentata di impressioni e suggestioni. Come tutte le bolle si è gonfiata in maniera ingiustificata ma ha avuto conseguenze enormi quando poi ha finito per scoppiare. Nei programmi di spionaggio e sorveglianza dell’Agenzia per la sicurezza nazionale americana svelati dai reportage del Washington Post e del Guardian e premiati lunedì con il Pulitzer nella categoria “Public service” non c’è niente di illegale. Le rivelazioni dell’ex contractor Edward Snowden non hanno portato alla luce nessun reato, né hanno provocato l’apertura di indagini penali. Eppure quando la bolla è scoppiata le conseguenze sono state grandi, l’opinione pubblica si è mostrata oltraggiata, il presidente Barack Obama è stato costretto a preparare un grande piano di riforma per ridurre le capacità della Nsa (la portata del piano è ancora da verificare), le relazioni dell’America con molti paesi alleati sono state messe in crisi. Leggi anche Ferraresi Ipocrisie da Pulitzer
19 AGO 20

Lo scandalo della Nsa è una bolla che si è alimentata di impressioni e suggestioni. Come tutte le bolle si è gonfiata in maniera ingiustificata ma ha avuto conseguenze enormi quando poi ha finito per scoppiare. Nei programmi di spionaggio e sorveglianza dell’Agenzia per la sicurezza nazionale americana svelati dai reportage del Washington Post e del Guardian e premiati lunedì con il Pulitzer nella categoria “Public service” non c’è niente di illegale. Le rivelazioni dell’ex contractor Edward Snowden non hanno portato alla luce nessun reato, né hanno provocato l’apertura di indagini penali. Eppure quando la bolla è scoppiata le conseguenze sono state grandi, l’opinione pubblica si è mostrata oltraggiata, il presidente Barack Obama è stato costretto a preparare un grande piano di riforma per ridurre le capacità della Nsa (la portata del piano è ancora da verificare), le relazioni dell’America con molti paesi alleati sono state messe in crisi.
I reportage di Guardian e WaPo (ma anche di altre testate, come lo Spiegel e il New York Times) vanno avanti da quasi un anno, e secondo Glenn Greenwald, l’attivista-giornalista che per primo è stato contattato da Snowden e che è uno dei suoi portavoce non ufficiali, il meglio deve ancora venire. Le rivelazioni seguono tre filoni, quello della raccolta dei metadati di tutte le telefonate transitate per l’America, quello della raccolta dei dati delle attività su internet, operata sia grazie ad accordi con le compagnie della Silicon Valley sia grazie a operazioni di “pirateria”, e infine quello dello spionaggio di grandi aziende e di leader stranieri, compresi gli alleati.
Dentro questi filoni si inseriscono molti episodi, a volte scabrosi, che hanno fatto gonfiare ulteriormente la bolla. Come il “black budget” con cui l’Agenzia si finanzia, le “gerarchie di fiducia” con cui classifica i suoi alleati (l’Italia è abbastanza in basso), i rapporti privilegiati con il Gchq inglese, che è arrivato a piazzare sistemi di spionaggio vicino al Reichstag di Berlino, il tentativo continuo di violare la sicurezza digitale delle aziende straniere. La Nsa ha minato la sicurezza degli utenti di internet creando delle debolezze da poter sfruttare nei suoi cyberattacchi, e ha minato la credibilità della diplomazia americana quando ha avviato un programma per lo spionaggio delle conversazioni private di 35 e più leader stranieri – la rivelazione ha portato il Brasile e la Germania di Angela Merkel a un raffreddamento delle relazioni, i due paesi si sono trasformati in sponsor di iniziative legislative volte a togliere all’America la governance della rete. Poi c’è il rapporto contrastato con la Silicon Valley. Google, Facebook, Microsoft hanno stipulato accordi con la Nsa per cedere i dati degli utenti, ma all’uscita delle rivelazioni sui piani di spionaggio hanno lasciato intendere di essere state costrette – e d’altro canto i documenti fanno capire che la Nsa molti dati se li è presi senza permesso.
[**Video_box_2**]Ma la novità delle rivelazioni di Snowden non sta nei particolari, che secondo molti hanno messo a rischio l’operato della Nsa e avvantaggiato i nemici dell’America, ma che difficilmente dicono qualcosa che non fosse già intuibile. Che le nostre vite fossero registrate, catalogate, scansionate era cosa risaputa. Le compagnie telefoniche hanno una porzione dei nostri dati, i provider di internet ne hanno un’altra, poi i siti, i social network , tutte le app che usiamo. La novità dello scandalo della Nsa sta tutta in una frase che Snowden pronunciò durante la sua prima apparizione in pubblico, quando lasciò intendere che dal suo ufficetto nella sede della Nsa alle Hawaii lui a quelle informazioni, o a buona parte di esse, aveva accesso immediato: la Nsa le aveva già raccolte, stivate nei suoi server e rese disponibili anche a contractor di basso livello come Snowden. Un dispositivo di sicurezza fenomenale, che ad averlo avuto nel 2001, secondo gli esperti, avrebbe scongiurato l’undici settembre, ma che si espone troppo alle critiche di chi accusa l’America di avere messo su un regime di sorveglianza da stato totalitario. Un sistema troppo soggetto ai pettegolezzi, e che per questo era stato tenuto segreto.
Lo scandalo della Nsa non ci ha fatto scoprire che la nostra privacy non esiste più da tempo e che le spie spiano – lo sapevamo già. Ci ha fatto vedere quanto tutto questo sia facile. Ci ha rivelato una montagna di particolari tecnici, ma non ha cambiato il nostro modo di vedere le cose. E il divario tra quello che Snowden ci ha insegnato e il prezzo – geopolitico, diplomatico – del suo insegnamento è notevole.
I reportage di Guardian e WaPo (ma anche di altre testate, come lo Spiegel e il New York Times) vanno avanti da quasi un anno, e secondo Glenn Greenwald, l’attivista-giornalista che per primo è stato contattato da Snowden e che è uno dei suoi portavoce non ufficiali, il meglio deve ancora venire. Le rivelazioni seguono tre filoni, quello della raccolta dei metadati di tutte le telefonate transitate per l’America, quello della raccolta dei dati delle attività su internet, operata sia grazie ad accordi con le compagnie della Silicon Valley sia grazie a operazioni di “pirateria”, e infine quello dello spionaggio di grandi aziende e di leader stranieri, compresi gli alleati.
Dentro questi filoni si inseriscono molti episodi, a volte scabrosi, che hanno fatto gonfiare ulteriormente la bolla. Come il “black budget” con cui l’Agenzia si finanzia, le “gerarchie di fiducia” con cui classifica i suoi alleati (l’Italia è abbastanza in basso), i rapporti privilegiati con il Gchq inglese, che è arrivato a piazzare sistemi di spionaggio vicino al Reichstag di Berlino, il tentativo continuo di violare la sicurezza digitale delle aziende straniere. La Nsa ha minato la sicurezza degli utenti di internet creando delle debolezze da poter sfruttare nei suoi cyberattacchi, e ha minato la credibilità della diplomazia americana quando ha avviato un programma per lo spionaggio delle conversazioni private di 35 e più leader stranieri – la rivelazione ha portato il Brasile e la Germania di Angela Merkel a un raffreddamento delle relazioni, i due paesi si sono trasformati in sponsor di iniziative legislative volte a togliere all’America la governance della rete. Poi c’è il rapporto contrastato con la Silicon Valley. Google, Facebook, Microsoft hanno stipulato accordi con la Nsa per cedere i dati degli utenti, ma all’uscita delle rivelazioni sui piani di spionaggio hanno lasciato intendere di essere state costrette – e d’altro canto i documenti fanno capire che la Nsa molti dati se li è presi senza permesso.
[**Video_box_2**]Ma la novità delle rivelazioni di Snowden non sta nei particolari, che secondo molti hanno messo a rischio l’operato della Nsa e avvantaggiato i nemici dell’America, ma che difficilmente dicono qualcosa che non fosse già intuibile. Che le nostre vite fossero registrate, catalogate, scansionate era cosa risaputa. Le compagnie telefoniche hanno una porzione dei nostri dati, i provider di internet ne hanno un’altra, poi i siti, i social network , tutte le app che usiamo. La novità dello scandalo della Nsa sta tutta in una frase che Snowden pronunciò durante la sua prima apparizione in pubblico, quando lasciò intendere che dal suo ufficetto nella sede della Nsa alle Hawaii lui a quelle informazioni, o a buona parte di esse, aveva accesso immediato: la Nsa le aveva già raccolte, stivate nei suoi server e rese disponibili anche a contractor di basso livello come Snowden. Un dispositivo di sicurezza fenomenale, che ad averlo avuto nel 2001, secondo gli esperti, avrebbe scongiurato l’undici settembre, ma che si espone troppo alle critiche di chi accusa l’America di avere messo su un regime di sorveglianza da stato totalitario. Un sistema troppo soggetto ai pettegolezzi, e che per questo era stato tenuto segreto.
Lo scandalo della Nsa non ci ha fatto scoprire che la nostra privacy non esiste più da tempo e che le spie spiano – lo sapevamo già. Ci ha fatto vedere quanto tutto questo sia facile. Ci ha rivelato una montagna di particolari tecnici, ma non ha cambiato il nostro modo di vedere le cose. E il divario tra quello che Snowden ci ha insegnato e il prezzo – geopolitico, diplomatico – del suo insegnamento è notevole.
Leggi anche Ferraresi Ipocrisie da Pulitzer